Odio e amo indifferentemente. Cos’è l’ambivalenza affettiva

Odio e amo indifferentemente. Cos’è l’ambivalenza affettiva

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In tutti noi c’è ambivalenza ma ciò che riesce a convivere in soggetti diciamo ”sani”, se davvero esistono, nella maggior parte degli esseri siano essi donne o uomini senza distinzione l’ambivalenza colpisce in molte situazioni della vita. Provate a soffermarvi un momento a tutte quelle separazioni conflittuali che sfociano in duelli all’ultimo sangue dove improvvisamente l’angelo del focolare, la moglie “perfetta”, diventa l’incarnazione del diavolo. Non sarà forse che tutta la rabbia e il rancore viene sputato perché non si riesce ad accettare una situazione diversa? Una tendenza schizofrenica ad attribuire contemporaneamente diversi segni sia positivi che negativi. Il marito -anzi ex- ama e odia la moglie. Per par condicio però devo costatare che questo succede anche alle donne, noi amiamo una rosa sapendo che ha anche le spine, ma facendo un bilancio di ciò che è positivo e negativo in un uomo riusciamo a definirne la personalità e il carattere e decidere se è per noi, per altre invece questa capacità sembra inabissarsi e la rosa è al tempo stesso bella perché profumata ma odiosa perché punge. Sarà per questo motivo che alcune donne vivono un rapporto di coppia con un uomo che poi però è paragonato ad un fallito o ancora peggio a “fertilizzante”. Nello stesso momento si ama e si odia, “odi et amo”, ricordate Catullo, no? Ecco che quindi la stessa persona riesce ad essere il bene e il male, non per sue capacità miracolose ma semplicemente per l’incapacità dell’altro di relazionarsi. Mi piace quindi ricordare che l’altra faccia dell’amore non è l’odio ma l’indifferenza e quando sento gli sfoghi delle donne che dicono che non importa più nulla dell’ex che è l’uomo peggiore dell’universo ma poi si sfiniscono cercandolo, per sputare addosso veleno cercando di ferirlo. Ecco, forse sono affette da ambivalenza. L’indifferenza segna la vera fine di un legame, l’odio invece si annida, colpisce e sfrutta i sensi di colpa come i parassiti. Per farla facile, è la vecchia storia della volpe e l’uva, si odia ciò che si ama e non si può avere. L’odio più profondo è perché forse si vorrebbe essere proprio come quello o quella che non si ha più. Il rapporto con un ambivalente è di certo adrenalinico ma asfissiante e distruttivo e in conclusione sopportare monologhi da chi ancora non ha capito se stesso ci spinge a decidere che l’indifferenza è la sola scelta possibile, lasciando lo schizofrenico a torturarsi da solo. O da sola.