La Torino di Ballario nel destino degli uomini

La Torino di Ballario nel destino degli uomini

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Sì, il noir in Italia gode di ottima salute. Non è soltanto quel senso d’inquietudine che lega nella voglia matta di descrivere la società contemporanea e i suoi conflitti sociali ogni angolo di mondo. In Italia c’è un passaggio ulteriore, quello che fotografa la realtà provinciale, così variegata e differente nel Paese dei campanili, dei guelfi e dei ghibellini moderni. Una trama criminosa e passionale nel noir (l’efficacia speculare di un Giano bifronte letterario) non è mai uguale nelle province, da Lecco passando per Parma e terminando a Catanzaro temi, caratteri, protagonisti, dialetti, culture, food and beverage sono diversi. E quindi sono la ricchezza di un genere narrativo che splende nonostante il torbido in cui i protagonisti annaspano. Certo, c’è la globalizzazione, che ha azzerato le distanze, ma le resistenze sono di natura partigiana e ambientale. Non fa eccezione il romanzo ‘Il destino dell’avvoltoio’ (Ed. del Capricorno, 205 pagine, 8,90 euro) di Giorgio Ballario, giornalista e scrittore torinese classe 64, dove l’architettura narrativa si snoda veloce a Torino, una città a metà tra provincia e metropoli, dove i nativi oltre a provvedere alla sopravvivenza in un mondo difficile sono catapultati in un mondo di mezzo assaltato da povericristi immigrati arabi e da colletti bianchi zerbinati alla voluttà delle ‘ndrine calabresi. In questo contesto sociale si muove un’azzeccagarbugli che ha il futuro dietro le spalle, che s’è guadagnato tra i colleghi il soprannome dell’avvoltoio perché piomba su poveracci incidentati direttamente al pronto soccorso per proporgli risarcimenti assicurativi. Esatto, il nostro parafangaro non conduce una vita da mille e una notte, è un solitario che rimugina sulle sue sconfitte (professionali, familiari e sentimentali), si stordisce una sera sì e l’altra pure con alcol e canne a buon mercato più qualche puttana a km zero, finchè ecco giungere l’ennesimo affaruccio di un incidente simulato. E da qui s’apre la stura per i guai veri. E da qui Ballario non fa sconti al lettore, lo prende per mano e lo conduce a folle velocità, non garantendogli airbag sugli impatti né parole caramellate. No, la vita non è una storia di frutta candita, Ballario lo sa bene (fa il cronista mica a caso), così corri tra le pieghe dell’inchiostro e capisci che l’autore in duecento pagine sintetizza i suoi fari narrativi, ritrovi i vicoli ciechi in cui cadono i protagonisti delle storie di Manchette (come ‘Posizione di tiro’), le atmosfere grigie e d’attesa avvilente care a Scerbanenco (tipo ‘Venere privata’), l’adrenalina così italiana preferita da Attilio Veraldi (‘eh sì ‘La mazzetta’) e le ambientazioni alla Massimo Carlotto, ma anche la sana violenza che rivivi nei tagli cinematografici di ‘Cani arrabbiati’ di Mario Bava, e soprattutto, di Sam Peckinpah (non a caso ‘Cane di paglia’ con uno straordinario Dustin Hoffman). Ma non c’è solo Fabio Montrucchio, questo leguleio che suscita umana empatia, c’è soprattutto lei, la città, protagonista assoluta dove si muovono i comprimari di carta, inchiostro, carne e sangue, tutti palpitanti: Torino è alla deriva al pari di quell’umanità da dramma sociale che si muove nei suoi locali, negli opifici abbandonati, negli ospedali, in tribunale, nei viali, finanche nelle mura domestiche. Il linguaggio esce come la carta vetrata dalla gola dei personaggi, le metafore sono di un sarcasmo disperato, le descrizioni sono vivide, sì, avete capito bene, il miele è merce rara, anche se nel dominio di Tanatos c’è un pertugio per l’amore.